Nove calici per raccontare i monovitigni

Una degustazione guidata tra le Grave del Friuli per scoprire come, a parità di terreno, ogni vitigno racconti una storia diversa.

C’è un modo semplice per capire quanto conta il vitigno nel carattere di un vino: tenere tutto il resto uguale e cambiare solo l’uva. È esattamente quello che è successo ieri sera al Centro Sperimentale Tadini di Piacenza, dove la FISAR ha proposto una degustazione dedicata all’analisi dei monovitigni.

A guidare la serata è stato il delegato FISAR di Piacenza Enrico Fermi, affiancato da alcuni membri del consiglio, tra cui Giulia Deviletti e Tullio Palmieri.

Perché le Grave

Tutti i vini in degustazione arrivavano dalla stessa zona: le Grave del Friuli, la denominazione più estesa della regione. Il nome non è casuale e dice già molto del territorio: “grave” sta per ghiaia, quella depositata nei secoli dai fiumi che scendono dalle Alpi, il Tagliamento in testa. Suoli drenanti, forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, vini che ne escono tesi e profumati.

Scegliere un’unica area ha permesso di isolare la variabile più interessante della serata: il vitigno.

Il percorso nel bicchiere

Nove i vini assaggiati, in una progressione che ha attraversato l’intera gamma espressiva del territorio:

Metodo classico – una bollicina a base di Chardonnay e Pinot Bianco

Malvasia Istriana — la più “mediterranea” del gruppo, salina e agrumata

Friulano — il vitigno identitario della regione, con il suo ritorno di mandorla amara

Sauvignon — riconoscibile al primo naso, tra foglia di pomodoro e frutta tropicale

Traminer aromatico — il più esuberante, tra rosa e litchi

Blend bianco passato in barrique — per capire cosa aggiunge (e cosa toglie) il legno

Refosco dal peduncolo rosso — acidità viva e frutto scuro

Cabernet — l’internazionale di casa in Friuli da due secoli

Blend rosso da uve autoctone del territorio – un vino secco prodotto parzialmente da uve appassite

Nomi, origini e curiosità

La parte più apprezzata è stata forse quella narrativa. Per ogni calice Enrico ha raccontato la provenienza dell’uva, l’etimologia del nome e qualche curiosità che raramente finisce sulle schede tecniche.

Perché la Malvasia porta con sé l’eco di Monemvasia, porto greco del Peloponneso da cui partivano i vini dolci verso Venezia. Perché il Friulano fino al 2007 si chiamava Tocai, e ha dovuto cambiare nome dopo il contenzioso europeo con l’ungherese Tokaj. Perché il Traminer deve il suo nome a Termeno, in Alto Adige. E perché il Refosco dal peduncolo rosso si chiama così: è il piccolo gambo che regge l’acino a virare di colore con la maturazione, un dettaglio botanico diventato nome proprio.

Il clima della serata

Al di là dei calici, quello che è rimasto è stata l’atmosfera: tantissimi i commenti positivi, molte le domande dalla sala, e quel clima di amicizia che da sempre contraddistingue la nostra federazione.

Ci vediamo presto al prossimo appuntamento.